ORGOGLIO ESTENSE

 

FABIO MAGRI tratto da "La Nuova Ferrara"
Segno distintivo, parte uno: capelli grigi. «A venticinque anni ho notato il mio primo capello bianco, dopo è stato tutto molto rapido: l'intera testa imbiancata. Capisco che per un giocatore in piena attività non è la massima espressione di vitalità». Fabio Magri, classe '62, divenne ben presto il Grisòn. Copyright di Gino Piffanelli, affettuoso e scanzonato come sapeva essere. Segno distintivo, parte due: playmaker classico. Cosa significa? «Ah, questa è bella... Diciamo che ero un regista bravo a far giocare la squadra. In B1 magari di meno, nel senso che segnavo anche punti; mentre in A2 era così: c'erano schemi da seguire, cercavamo di eseguirli al meglio. In fondo era la nostra forza, perché compensavamo con il gruppo ad una certa mancanza di talento. Sì, la nostra forza era giocare di squadra. Io ero il play, quindi la manovra nasceva da me». Fabio »Grisòn« Magri è stato un'istituzione per la Pallacanestro Ferrara. Sette campionati, uno più intenso dell'altro: serie B2 con promozione, tre in B1 con promozione e altri tre in serie A2. E dopo Ferrara, stop alla carriera. Così, di botto. Senza preavvisi particolari, in linea con un carattere solido ma poco amante della vetrina. Delle luci che abbagliano. Ultima partita il 10 aprile '94 (Sassari-Ferrara 108-94), poi basta. «Ho preferito così - dice Fabio -, chiudere da professionista. Non mi andava di vivacchiare in categorie minori, dividendomi tra lavoro e pallacanestro. Qualche soddisfazione me la sono tolta, mi sono sempre divertito. Ho giocato sostanzialmente in due sole squadre, Montegranaro (cinque campionati; ndr) e Ferrara (sette stagioni; ndr): significa che mi hanno tenuto volentieri e voluto bene. Al di là di vittorie e sconfitte è bello lasciare un segno in questo modo, essere benvoluto». E »Fabione« il marchio di fabbrica l'ha lasciato. Come potrebbe non essere così, quando giochi qualcosa come 215 partite con la stessa casacca? Magri arriva a Ferrara nel 1987, davanti ha una montagna chiamata B2 da scalare. Lascia nel 1994 dopo tre tornei di A2, l'ultimo segnato dalla retrocessione. Fisiologica, perché la società era allo stremo. Ed è stato proprio il regista di Budrio l'unico atleta che ha vissuto per intero, dalla »A« alla »Z«, l'éra dell'avvocato Franco Scopa. Di più: il primo acquisto del presidente è stato proprio il »Grisòn«... «La società non ha mai avuto grandi possibilità economiche, è rimasta in piedi grazie alla passione e alla programmazione. Io la scelsi per i progetti seri e perché, essendo di Budrio, volevo avvicinarmi a casa. In B1 i dirigenti aggiunsero un pezzo alla volta, creando lo zoccolo duro che poi fu promosso e mantenne la categoria per due anni: io, Coppo, Manzin, Gurtner, Ansaloni, Binotto. Questo gruppo ha dato il massimo, davvero». «Scopa era una persona squisita, realista e con un gran senso della misura. Non ricordo che abbia mai avuto atteggiamenti sopra le righe. Meglio non poteva fare: spendeva quel che era in grado ed i risultati sono spesso arrivati. Aveva uno stile». Dicono fosse il diesse Sandro Ferri ad indossare i panni del mastino... «Diciamo che era più istintivo - risata -, ma anche lui era ben integrato con noi. Ferri aveva buon senso. Davvero, eravamo una grande famiglia: si stava bene assieme. E poi non mi volevano lasciare andare via...». In effetti, lei si arrabbiò di brutto nell'estate del '90... «Mi sarebbe piaciuto giocare in A2, Sassari mi voleva e aveva fatto un'offerta a Ferrara. Il coach dei sardi era Millina, lo incontrai... Allora c'era il cartellino e Scopa non volle lasciarmi andare perché l'idea era quella di vincere la B1. Infatti andò proprio così e nella categoria superiore ci arrivai ugualmente».
Tre annate dure, faticose. Sempre a far di conto col bilancino in termini di denaro e di classifica. Vacche magrissime, eppure due salvezze di fila... «Forse avremmo anche potuto fare un po' meglio, diciamo che non è mai arrivato il salto di qualità. Però non era facile. Ricordo, ad esempio, gli infortuni di Marty Embry per due anni consecutivi. E la stagione in cui retrocedemmo, nel girone di ritorno - proprio nel momento decisivo - Grant Gondrezick venne squalificato per quattro giornate. In generale è stata un'avventura sofferta ma piacevole e la società, francamente, ha fatto miracoli». Il ragazzino che aveva mosso i primi passi a Bologna, fianco a fianco con Meo Sacchetti e Mario Ghiacci, era giunto alla fine della parentesi basket. Scopa chiuse definitivamente la sede della Pallacanestro Ferrara, Magri lasciò maglia e borsone nello spogliatoio senza riprenderli più. Era giunto in biancoverde a venticinque anni, il saluto a trentadue. Si può dire che è stato una bandiera? «Penso si possa dire, soprattutto se paragonato al presente. Adesso è già tanto se un giocatore rimane tre anni nello stesso posto, spesso giocano cinque partite da una parte e cinque da un'altra. Sono passati quasi quindici anni dai miei tempi, il basket è diverso. Anche sul parquet: ora c'è tantissimo »pick and roll«. Due-tre princìpi di gioco e la manovra si sviluppa su quello. Poi, con i 24« per andare al tiro, c'è più velocità».
Ora è rock, Magri resta sul classico.