ORGOGLIO ESTENSE

 

MARTY EMBRY di Dario Salvadego
Aveva un solo difetto Marty Embry: a metà stagione circa si ‘rompeva’ (schiena vulnerabile) e suo malgrado doveva fermarsi. Per il resto Embry disponeva di tutti i requisiti per poter essere considerato in assoluto uno degli americani più forti visti a Ferrara. Non era altissimo ma sottocanestro era una certezza: punti e rimbalzi erano assicurati in virtù di una discreta tecnica ma soprattutto di una forza fisica spaventosa in una struttura muscolare impressionante. Rivedibile dal perimetro pur con percentuali non male dalla media distanza in angolo.In più, rispetto alla maggior parte dei suoi connazionali, Marty garantiva una difesa granitica. Chiarì a suo tempo il concetto Jhon Ebeling che con Embry costituì la cosiddetta ‘double E’ vale a dire una delle coppie stranger più importanti nella serie A2 di allora:’Con Marty in campo è più facile per tutti difendere visto che- sosteneva il Guerriero- se anche vieni battuto poi dietro c’è sempre lui a chiudere ogni buco..’. Inoltre, particolare che non guasta, Embry sapeva abbinare nelle proprie azioni di gioco una palese concretezza ad una mai disprezzabile spettacolarità. Schiacciare gli piaceva ed all’occasione non disdegnava concedersi alla platea. A chiudere il cerchio il fatto, assolutamente non trascurabile, che Embry a tutti gli effetti era un autentico uomo spogliatoio, serio, ligio alle consegne e pronto al sacrificio, all’occorenza pronto a scherzi di natura goliardica cui nessuno, Ebeling a parte, poteva opporsi. Peccato per quella schiena senza la quale però, volendo trovare un aspetto positivo nei suoi guai fisici, Ferrara non avrebbe mai conosciuto due indimenticabili meteore: Ed Horton e Tony Dawson. Ma questa è un’altra storia…