La storia di un basket con l'etichetta di "grande",
inizia nell'estate del 1981. Dove grande sta per
pallacanestro professionistica, in un giardino
in cui si annusa profumo di serie A. Il primo
vero odore "forte", Ferrara lo sente
ventisei anni fa. Non che prima lo stomaco fosse
a digiuno, semplicemente c'era infinito appassionato
dilettantismo e poco seguito di tifosi. Dopo,
il boom. Parte da questa esplosione di tiri, rimbalzi
e passaggi la nostra avventura nel pianeta palla
a spicchi estense. Un viaggio a puntate su una
sorta di macchina del tempo, che richiamerà
alla memoria emozioni e personaggi. Racconterà
situazioni, farà scoprire (o riscoprire)
uomini che hanno scritto un pezzetto di storia
dei cestini ferraresi. Daniele Albertazzi, spigoli
e barba d'ordinanza, è stato il precursore.
Il pioniere. Il primo italiano di granito, trascinatore
di un gruppo di cemento e ammirato dai tifosi.
Dunque, 1981: la MotoMalaguti si trasferisce da
San Lazzaro a Ferrara, sotto la regia di coach
Calamai. Sale in A2 protetta dal fortino del PalaPalestre
e il fuoco della passione divampa in tutta Ferrara.
Marco Sanguettoli e Maccaferri in regia, Monari
guardia, poi Panzini, Bonora e Benelli. Infine,
gli americani: l'esperto Charles Jordan (proveniente
dalla Fortitudo) ed il debuttante John Ebeling.
Collante e uomo spogliatoio, l'allora 25enne Albertazzi.
Bolognese, lungo-lungo, con alle spalle una breve
esperienza a Rimini. «All'epoca per me non
era una pallacanestro da vivere come professionista
- racconta oggi Daniele -, più che altro
era una grande passione. Io, per dire, lavoravo
anche in una azienda. Erano tempi diversi: c'era
modo di "fare" basket in maniera seria
pur non essendo professionisti a tempo pieno».
Un gioco, una magìa che contagiò
Ferrara. «Ancora adesso non so spiegarmi
bene come accadde, però successe: la città
si innamorò della pallacanestro. Il salto
in A entusiasmò la piazza, in più
a parte la Spal non c'era molto d'altro a livello
di massima serie. Venne costruito il palazzetto,
che divenne ben presto il salotto buono. Infine
l'arrivo dei primi Usa, che sapeva tanto di novità.
In ultimo voglio pensare che pure la squadra seppe
trascinare: non eravamo dei fenomeni, però
lottatori sì». Due figure, oltre
ad Albertazzi, spiccavano in quel gruppo: Ebeling
e Calamai. «John arrivò ragazzo e
adesso è un uomo che non ha più
lasciato Ferrara. Iniziò la sua vicenda
di vita, dando tantissimo e ricevendo molto. Con
Calamai c'era un affiatamento totale, ognuno aveva
un ruolo e lo rispettava però il coinvolgimento
squadra-staff era evidente. Marco era dotato di
grande acume tattico in partita ed i risultati
ottenuti furono il frutto del feeling che legava
giocatori e tecnico». Maglia bianca e verde,
sponsor Mangiaebevi sul petto. Palasport sempre
esaurito in prevendita. Salvi dopo spareggio nell'82/83,
ottavi un anno dopo con gli innesti di Bruce King,
Sarra e Cantamessi. In ultimo, la dolorosa retrocessione
in B. Lì, Albertazzi dovette salutare per
imboccare un altro sentiero. Mitico: Livorno in
A1, poi dal 1987 al '92 la Fortitudo. Daniele,
ci racconti i tre epici episodi ferraresi... «Dunque,
la base di partenza è una sola: nessuno
nella prima stagione di A2 aveva mai giocato a
quel livello, però eravamo molto amici.
Ci frequentavamo anche fuori dal campo. Come ho
già detto, sapevamo dare battaglia. Non
si mollava mai. La prima salvezza fu una soddisfazione
eccezionale. Mi arrivò una richiesta importante,
da Roma. Ma avevo problemi familiari, volevo restare
a Bologna. Allora c'era ancora il cartellino,
la società poteva vendermi per monetizzare.
Invece capì le mie motivazioni, mi confermarono.
Allora con i dirigenti si poteva parlare, il basket
era più legato ai sentimenti». «Arrivò
King, a quei tempi un americano spostava gli equilibri.
Due per squadra, potevi cambiare solo in caso
di infortunio. Bruce aveva braccia impressionanti,
aiutava a rimbalzo e faceva sempre canestro. Ebeling
era più esperto e dominava: arrivammo ottavi.
Si viveva, però, su equilibri sottilissimi.
Infatti l'anno dopo King arrivò sovrappeso,
il suo rendimento ne risentì. Poi si fece
male (ginocchio; ndr) e venne tagliato (Terry
Williams; ndr), dopo non fu più la stessa
cosa. Inoltre, Calamai affrontò problemi
personali... Insomma, un guaio dietro l'altro
e fu retrocessione. Non eravamo una squadra esageratamente
di talento». Sul parquet, com'era Daniele
Albertazzi? «Penso di avere dato un impatto
caratteriale importante alla mia figura».
Un eufemismo per dire che era un gladiatore. «Avevo
una passione immensa e non mi piaceva subire.
Anche se fisicamente non ero particolarmente dotato.
E poi diciamo che, ogni tanto, avevo il difetto
di fare canestro. In fondo non è male».
Come la mettiamo con il basket odierno? Sospiro.
«Mi sono defilato. Vedo che le squadre cambiano
tanto, c'è sempre mercato. Non si programma.
Sarò anche stato fortunato, ma dove sono
stato in carriera era diverso. A Ferrara era importante
l'affiatamento, sì di quel periodo ricordo
nitidamente l'ambiente familiare. Il senso di
appartenenza. E si lottava tutti insieme». |